In poco tempo una seconda richiesta di gestione commissariale dell’azienda. L’on. Muroni punta il dito sul sito di Bosco Marengo, ma a riguardo sembrerebbe esserci anche dell’altro
Qualche giorno fa, l’onorevole Rossella Muroni (del gruppo misto – Facciamo Eco), ha presentato al ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, un’interrogazione parlamentare (pag. 27) sulla Sogin (società alla quale dal 2001 è affidato il decommissioning delle ex centrali e impianti nucleari italiani), alla luce dei fatti inerenti il sito di Bosco Marengo e chiesto la procedura di commissariamento dei vertici aziendali. A distanza di pochissimo tempo, è la seconda richiesta di gestione commissariale (dapprima i senatori Corrado, Morra, Granato, Angrisani e Lannutti), pervenuta ai banchi del Governo.
I parlamentari incominciano a capire che qualcosa in Sogin non quadra

Qualcosa che incomincia a non quadrare sull’operato della Sogin, tra i parlamentari, accinge a prendere sempre più piede. L’onorevole Muroni ha fatto riferimento a Bosco Marengo, ma sembrerebbe che, oltre a quanto citato dalla parlamentare, altri fatti abbiano coinvolto questo sito. Un affare che sembrerebbe andare a discapito dei contribuenti italiani. A quanto pare, la Sogin a fine 2014 avrebbe sottoscritto un accordo per integrare nel proprio organico 13 lavoratori della società FN, Nuove Tecnologie e Servizi Avanzati Spa. Di proprietà al 98% dell’Enea (l’operato per la salvaguardia dei posti di lavoro di questi dipendenti non è messo assolutamente in discussione).
L’acquisizione dei terreni, fabbricati e attrezzature della FN

Tale interesse sarebbe scaturito, da parte dei vertici Sogin, in virtù dell’acquisizione dei terreni e dei fabbricati FN. Ma non solo, anche per la presenza, in quest’ultima, di apparecchiature e attrezzature aziendali. Sembrerebbe che nei primi mesi del 2015, ne avrebbe così acquisito i beni per un importo di 1.400.000,00 di euro. La prima tranche, a quanto sarebbe dato sapere, parrebbe essere stata di 850.000,00 euro. Erogata nel mese di gennaio del 2015, per l’ottenimento degli immobili presso Bosco Marengo (Al) e Saluggia (Vc). Successivamente, nel mese di febbraio dello stesso anno, sarebbero stati versati ulteriori 550.000,00 euro per un’area che si troverebbe a poche centinaia di metri dall’impianto di Bosco Marengo della Sogin.
L’Arera non riconobbe la spesa all’azienda

Trattandosi di soldi pubblici, sarebbe interessante che le istituzioni facessero chiarezza anche su questo episodio specifico, nell’interesse dell’opinione pubblica. Verificare se, a fronte della spesa affrontata, questo materiale fosse così indispensabile alla Sogin e se, nella realtà dei fatti, invece sia risultato vecchio e carente? Poniamo questa domanda perché, a quanto dimostrerebbe l’accaduto, l’Arera (Autorità di regolazione per energia reti e ambiente), all’epoca, ritenne opportuno non riconoscere l’importo alla Sogin, che si sarebbe vista costretta a pagare tale spesa tramite gli avanzi di cassa del proprio bilancio.
Le aree acquisite inquinate
Insomma, emergerebbe l’evidenza che si sia trattato di aree convenzionali, che non avrebbero avuto quella rilevanza necessaria nell’ambito della mission dell’azienda. In buona sostanza, l’episodio in sé farebbe dedurre, ancora una volta, che siano stati spesi denari pubblici in modo non assennato. Il tutto assumerebbe un aspetto ancor più inquietante, se si aggiunge un’ulteriore ipotesi. Quella che una delle aree ottenute dalla FN sarebbe risultata molto inquinata e origine di gravi danni ambientali. Infatti, parrebbe che alcuni campioni, ottenuti dai cosiddetti piezometri posti sul luogo, avrebbero dimostrato che la falda fosse contaminata da elementi chimici quali: triclorometano, cromo VI, tetracloroetilene e dicloroetilene.
Quella due diligence che metteva in guardia

La stessa Sogin, resasi conto della situazione, sembrerebbe aver denunciato la contaminazione, se non altro, come soggetto non responsabile e avrebbe messo, perfino, in conto di dover affrontare degli ingenti costi per la relativa bonifica. Strano un particolare. Di solito è prassi, specialmente in questi casi, che un’azienda avanzi un’azione risarcitoria, almeno per rivalersi dei costi. In questa occasione sembrerebbe che, tutto ciò, però non sia stato fatto, sia nei confronti dell’Enea che della FN. A questo punto, da comuni mortali, si chiede dove sia stata la convenienza di questo affare.
Una bonifica che secondo la Golder Associates sarebbe durata anni

Tanto è vero, che sembrerebbe essere stata fatta pure una due diligence, ancor prima dell’acquisizione, dalla Golder Associates di Torino, che pare abbia messo, da subito, in luce alcuni punti critici. Immediatamente sarebbero emersi dei rischi riguardati costi e tempi di bonifica dell’area, bonifica che sarebbe potuta costare milioni di euro e durare anche anni. Nello specifico la Golder Associates avrebbe scritto: “…nel caso in cui le indagini identificassero un eventuale inquinamento da solventi o altri contaminanti, anche non convenzionali, i tempi di una attività di messa in sicurezza operativa e/o di bonifica, ai sensi del D.Lgs. 152/2006, potrebbero essere anche nell’ordine di 10-20 anni, con costi di diversi milioni di euro”.
Quelle strane combinazioni sembrerebbero una costanza
Il vertice aziendale di quel tempo, sembrerebbe non essersi posto il problema e ritenne opportuno proseguire lo stesso con la faccenda. Nel ricostruire l’evento siamo incappati, ancora una volta, ma oramai ci abbiamo fatto il callo, nella singolare circostanza di ritrovarci al cospetto di alcuni nomi che sembrerebbero ritornare ogniqualvolta si parli di Sogin. Nel lasso di tempo in cui si sarebbero svolti i fatti, risulterebbe che da poco si fosse insediato il nuovo Cda. Il quale nello stesso periodo avrebbe ritenuto opportuno procedere con un’assunzione. Qui la combinazione di cui si accennava qualche riga prima, potremmo per assurdo definirla addirittura una questione di fato.
La contingenza dei tempi un dato originale

Si tratterebbe di un ex al quadrato, ex dirigente Enea, ex presidente della Nucleco (60% Sogin e 40% Enea) Francesco Troiani. Il ruolo che questi avrebbe ricoperto nel nuovo incarico, come direttore della divisione waste management & decommissioning, risulterebbe essere di particolare importanza all’interno della Sogin. Detta in parole povere, direttore della gestione tecnico amministrativa della sicurezza degli impianti nucleari e dei programmi di smantellamento. Coincidenza davvero originale, se non altro per la strana concomitanza dei tempi, l’arrivo di questo dirigente, proprio dall’Enea e Nucleco, con la vicenda di Bosco Marengo. Con ciò si intende fornire esclusivamente un dato, importante o meno, non sta a noi deciderlo, ma solo descriverlo per la cronaca.
L’eventuale danno erariale

Sarebbe molto interessante, conoscere il nominativo o i nominativi, qualora ve ne fosse più di uno, di chi sia stato il maggior sostenitore affinché l’operazione tra la Sogin e la FN andasse in porto. Una piccola nota di colore, così tanto per ravvivare l’apparente grigiore, sarebbe data dal frangente che nello stesso periodo, in cui questo direttore, Troiani, ricopriva il ruolo di presidente della Nucleco, nel ruolo di amministratore delegato vi era Emanuele Fontani, oggi con la stessa carica in Sogin. La fatalità, nuovamente, sembrerebbe avvolgere questa storia, ora come allora, sotto la guida di Fontani in Sogin, Troiani riveste lo stesso incarico. Naturalmente, con questo non si vuole avanzare nessuna considerazione che, nel caso, Fontani potesse essere consapevole dell’eventuale danno erariale.
Siamo certi che sia stato un affarone per la Sogin?

Però nessuno potrebbe, altresì, scartare la supposizione che, l’attuale Ad di Sogin, essendo stato vice direttore della direzione decommissioning degli impianti del nord Italia, quindi pure di Bosco Marengo, avrebbe potuto conoscere, già all’epoca, la vicenda della FN e dei presunti tentativi dell’Enea di vendere questa società. Ovviamente tutto questo a costi che, se fosse riscontrata l’ipotesi di non essere stato quell’affarone paventato, sarebbero stati pagati con i soldi delle bollette elettriche delle famiglie italiane.
A proposito, ma la FN era un’azienda produttiva? Vi sono troppe stranezze in Sogin sulle operazioni che si sarebbero intraprese. Alcune sembrerebbero non collimare con l’interesse della stessa azienda e soprattutto della collettività. La quale, a buon diritto, inducono a una seria riflessione e soprattutto a metterci un rimedio che può giungere solo dalle istituzioni.
Alessandro Cicero
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Pubblicato su: Eurocomunicazione

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