Sogin, qualcosa sembra non quadrare

Il licenziamento dei quattro dirigenti dell’azienda, come appreso da un’agenzia stampa, decisione inevitabile o epurazione?

La triste vicenda dei licenziamenti di quattro dirigenti dalla Sogin lascia a dir poco sorpresi, se la notizia riportata da un’agenzia di stampa ritrovasse riscontro, senza dubbio, andrebbe aperta qualche riflessione. Un’analisi che invitiamo a fare anche ai rispettivi ministeri dell’Economia e Finanze e della Transizione ecologica. Ma non solo, facendosi carico di inviare una seria ispezione, al fine di dimostrare agli italiani che un controllo esiste ed esiste per davvero.

Il ruolo della Sogin

La Sogin è un’azienda di Stato incaricata di provvedere allo smaltimento delle scorie delle ex centrali nucleari italiane. Le spese per far fronte a questa missione sono pagate, dalle famiglie italiane, tramite la bolletta elettrica. A regolare gli importi dovuti a questa azienda è l’Arera, l’Autorità di regolazione per Energia Reti e Ambiente. La quale ogni anno riconosce quanto erogare alla Sogin in base a un sistema regolatorio basato sull’approvazione di un preventivo per l’anno successivo e di un consuntivo di quello precedente.

Al fine del riconoscimento dei costi sostenuti e da sostenere, quindi la Sogin sottopone, per approvazione, ogni anno all’Autorità un programma quadriennale aggiornato sulle attività di decommissioning.

Le verifiche aperte

Da qualche tempo a questa parte tali spese sono finite sotto i riflettori. Infatti, sono state aperte delle verifiche, interne alla Sogin, e non solo, per far luce se alcuni dei soldi pubblici dovevano o non dovevano essere spesi dall’azienda. Oggetto di analisi sono, nello specifico, quelle inerenti la comunicazione sul deposito nazionale che, a quanto è dato sapere, avrebbero portato alla consegna di alcune lettere di contestazione a dei dipendenti e la sospensione dal servizio per tre di questi.

A renderlo noto è stata la stessa azienda, attraverso un comunicato stampa, del 17 gennaio 2022, dove l’amministratore delegato, Emanuele Fontani, fa riferimento a un’operazione, definita di trasparenza, avviata a fine 2020.

Quella strana coincidenza dei tempi e quel comunicato stampa mancante

Ci sono voluti, solo, poco più di un anno e due mesi, sbalorditivamente coincidendo con la strana concomitanza della scadenza del mandato dello stesso vertice aziendale. Curioso! Per diritto di cronaca, va precisato che nel Cda siede, anche, un dirigente interno della stessa Sogin, assunto nel 2008.

Strano che, dopo quel primo comunicato aziendale, non ce ne sia stato uno successivo che rendesse noto le decisioni intraprese e che si sia venuto a conoscenza, di quattro licenziamenti, solo tramite un’agenzia stampa? Se di trasparenza si parla, perché non comunicare l’esito al quale si sarebbe giunti? Diamo per scontato che siano state fatte tutte le dovute verifiche interne, su cosa si sarebbe dovuto fare e chi sarebbe stato tenuto a farlo.

L’effetto domino

Come minimo, per fugare ogni ragionevole ambiguità e comprendere se vi fosse stato, o meno, un possibile errore a monte che, magari, abbia fatto scivolare tutti in un pantano. In sostanza, un effetto domino. Immaginiamo che, sicuramente, tale verifica interna abbia tenuto conto, esclusivamente, l’obiettivo di comprendere cosa non abbia funzionato. Financo al fine di migliorarne i meccanismi aziendali e far sì che non abbiano a ripetersi ipotizzabili cantonate.

Lungi dal pensare che dietro tutta questa storia si possa celare anche dell’altro e possa essersi tramutata, sì, in un’operazione, ma non solo di trasparenza, bensì per esautorare qualcuno e non porre sotto la lente, con la dovuta attenzione, l’operato di qualcun altro.

Forse due pesi e due misure?

Del resto, il Mondo è pieno di simili casi, di situazioni che, seppur analoghe, vengono valutate in modo difforme, una sorte di due pesi e due misure. Già, ma perché si sarebbe dovuto generare una simile circostanza che nessuno potrebbe non aver osservato più di tanto? Si sa, “la vita stessa è piena di cose ovvie che nessuno si prende mai cura di osservare”.

D’altronde, l’osservare porta irrimediabilmente a riflettere, ad avere dei dubbi, e i dubbi a sollevare delle domande e le domande, puntualmente, sono scomode. Chissà se, a qualcuno, sia mai balenato in mente che si possa essere incappati nel classico caso in cui si continui a guardare solo il dito che indica la luna e non la luna indicata dal dito?

Il bandolo della matassa

Seguendo questa presupposizione verrebbe da immaginare, a rigor di logica, che queste spese in merito alla comunicazione del deposito nazionale, che poi avrebbero portato a dei licenziamenti, siano pur pianificate da qualche parte. Speranza plausibile, per arrivare al bandolo della matassa. È notorio che molte società, al loro interno, abbiano una direzione che pianifica i costi e li controlla. In effetti, risulterebbe esistere, anche nella stessa Sogin, una direzione preposta alla pianificazione e controllo dei costi e un’altra, guarda la combinazione, denominata regolatorio, quest’ultima deputata proprio ai rapporti con l’Arera.

L’Arera dovrebbe aver posto la questione

Sogin

Particolare beffardo sarebbe se ci ritrovasse con l’originale situazione in cui i nominativi a capo delle due direzioni menzionate, oggi come allora, fossero pure gli stessi. Lasciata la dovizia della particolare analogia, che comunque meriterebbe una riflessione, torniamo alla questione della direzione regolatorio della Sogin.

Per raziocinio, si presupporrebbe che neanche si possa trattare di una direzione che si limiterebbe a fare solo da portalettere, visto gli emolumenti del proprio direttore, riportati sul sito aziendale. A ogni modo, è anche vero che si farebbe veramente fatica a pensare che la stessa Arera non abbia potuto porre la questione su come governare il tutto.

Da qualche parte vi dovrebbe essere una documentazione

D’altra parte neanche si potrebbe credere che vi sia stato, solamente, un passa parola dalla direzione regolatorio Sogin alle altre, come se fossimo tra amici al bar. Alle volte potrebbe capitare di ritrovarsi dinanzi a delle vecchie cattive prassi, mai passate di moda e adottate in alcune società, nelle quali un responsabile per non incorrere in alcun onere, eviterebbe di lasciare una traccia scritta, una propria firma. Questa solo un’ipotesi, per carità, ma potrebbe essere utile per comprendere cosa possa essere accaduto.

Come una supposizione, del tutto legittima, potrebbe essere la tesi che l’Arera non possa aver operato a cuor leggero e che, tuttavia, qualche documentazione scritta, prima della partenza della campagna di comunicazione sul deposito nazionale, a tal riguardo, vi dovrebbe essere pur stata.

L’ironia della sorte

A meno ché, il tutto sia stato inviato dall’Autorità e in Sogin chi avrebbe dovuto mettere in atto le dovute procedure, o chiamatele come volete, non lo abbia fatto. Mah! Comunque siano andate le cose, lo status quo non cambierebbe. Il risultato? La triste conseguenza di aver combinato un bel parapiglia, con il classico effetto delle reazioni a catenaIronia della sorte, proprio come avviene dalla divisione di un atomo che crea una fissione e una serie di queste consecutive crea delle reazioni.

Dato che queste sono consigliate esclusivamente in una centrale nucleare, tanto per rimane in tema, o in un laboratorio equipaggiati in modo appropriate, potrebbe darsi che qualcuno avrà pensato che stando in Sogin, che tratta per l’appunto materiale nucleare, si trovasse nel posto giusto per sperimentarla.

Chi avrebbe dovuto procedere in comune con l’Arera?

Il vertice Sogin si sarà posto la domanda se esiste un documento, inviato dall’Arera, dal quale si possa evincere che la direzione, o le direzioni, preposte in azienda sarebbero tenute a stilare delle procedure, in comune, prima dell’inizio della campagna sul deposito, o no? Se esistesse un documento simile, ma questo non sia mai stato preso in considerazione, chi avrebbe dovuto avere il compito di procedere in tal senso? Evenienza che, se trovasse un qualche riscontro, vorrebbe dire che il tutto, in alcuni casi, si sia svolto con un semplice pour parler e la cosa prenderebbe un’altra piega.

Il dubbio di un qualcos’altro

Chi di dovere avrebbe, se non altro, l’obbligo morale di verificare l’operato dei vertici Sogin. Da non confondere con il contesto professionale dei lavoratori all’interno dell’azienda. Questo affinché, ai giorni nostri, la storia non possa tramutarsi una prima volta come tragedia, per chi sarebbe stato licenziato, una seconda come, accidentale, farsa.

La stessa che alcuni sembrerebbero aver subìto in base ad una trasparenza che non avrebbe coinvolto, forse, proprio tutti. Già, ma perché? Per caso, semplice disguido, o cogliere la palla al balzo per effettuare delle epurazioni per chi non allineato, o ancora, potrebbe darsi, fumo negli occhi per distogliere l’opinione pubblica da altre vicende (CEMEX di Saluggia, CNPR di Trisaiacontratti Slovacchia) Sogin e la controllata Nucleco? “La verità è tanto più difficile da sentire quanto più a lungo la si è taciuta” (Anna Frank).

Pubblicato su: Eurocomunicazione

Foto © Sogin, wikipedia, retecamere, lentepubblica, cisambiente

Informazioni su Alessandro Cicero 98 Articoli
Alessandro Cicero è nato in Africa settentrionale, da genitori italiani di origine siciliana, si è trasferito da piccolo nella città di Salerno, oggi vive a Roma.

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