Nel verbale del Cda Sogin la chiave di lettura sul caso dell’Ad

di Alessandro Cicero

La verifica che qualcuno nell’azienda, a questa mattina, sembrerebbe voler scongiurare a tutti i costi. Servirebbe l’intervento del Mef

Immaginate un’azienda che esiste da ventidue anni e con delle eccezioni, non raggiunge a pieno i propri obiettivi, questo non ascrivibile di certo alle competenze e al lavoro svolto dai lavoratori, ma semmai a chi è posto alla guida della stessa. Ovviamente si tratta di un’azienda statale, perché ad un privato un privilegio del genere non sarebbe certamente consentito dal mercato. Per comprendere meglio questa opinione, basterebbe volgere lo sguardo alla situazione catastrofica in cui versano molte aziende private che, in questo tempo di pandemia, sono costrette a fare i conti con una dura realtà. Un privato sarebbe fallito, liquidato, i dipendenti necessariamente licenziati, così come i dirigenti, qualcuno di questi ultimi, molto probabilmente, sottoposto anche a delle verifiche, se non a qualche processo inquisitorio.

Non confondere la professionalità dei lavoratori con l’operato dell’Ad

Ma l’azienda di cui si parla è di Stato, quindi scattano altre protezioni e per fortuna tutto questo non accade, aggiungiamo, meno male per l’occupazione. Anche perché, francamente, non sarebbe neanche corretto e obbiettivo far ricadere un’assenza di una eventuale capacità manageriale, di chi dovrebbe saper guidare l’azienda, sugli stessi dipendenti. Lavoratori che colpe non ne hanno affatto e di cui va sempre salvaguardato il livello occupazionale.

Confondere questo criterio con qualcos’altro, equivarrebbe dire buttare il bambino con l’acqua sporca, è in questo caso non è così, far passare questo messaggio vorrebbe significare solo avere la certezza che non si è capito un benemerito nulla o, ancor peggio, essere in malafede. È doveroso precisare che, obiettivamente, la Sogin svolge delle attività talmente importanti che, per certi versi, si può anche capire da parte dello Stato, l’adozione di un regime particolare. Anche di un regime per certi versi protetto, soprattutto se si pensa alle ricadute sulla salute e sulla sicurezza nazionale che tali attività comportano.

Fare in poco tempo ciò che non si sarebbe fatto in 22 anni

Ci riferiamo, come i più affezionati lettori avranno già capito, alla Sogin, la società preposta alla gestione del decomissioning nucleare italiano, ovvero allo smantellamento delle centrali nucleari, dei laboratori di ricerca e alla gestione dei rifiuti nucleari prodotti dalle attività ospedaliere e industriali. Immaginate questa azienda di Stato che rinnova a dicembre del 2019 i propri vertici e che nel rinnovo, nella persona del nuovo amministratore delegatoEmanuele Fontani, si incominci a strombazzare ai quattro venti una profonda volontà di cambiamento.

Una svolta, talmente veloce da eseguire in pochi anni ciò che non sarebbe accaduto nei ventidue anni precedenti, a dire il vero, nel sentire tutto ciò qualche perplessità sarebbe sorta in chiunque, se non altro perché verrebbe da riflettere sul dove sia stato Fontani dal 2008. Come abbiamo ricordato in uno dei precedenti articoli, tutto ciò sarebbe accaduto davanti a delle telecamere, in occasione del completamento di un lavoro in Basilicata, dove se ne sarebbero sentite delle belle. Tanto oggi non si va per il sottile, ma che volete che sia, una parola in più, una in meno, chi ci avrebbe mai potuto fare caso.

La verifica che, fino a questa mattina, sembrerebbe non volersi fare

Gli italiani pagano, attraverso l’onere sulla bolletta elettrica (una parte della componente ARIM2, ex A2, della tariffa elettrica è destinata alla Sogin), lo stipendio a questo manager e avrebbero il buon diritto di sapere. Invece quello che sembrerebbe profilarsi all’orizzonte sarebbe un aspetto alquanto inquietante, che parrebbe più mirare ad allungare i tempi, nella ricerca di alcune coperture, che al voler fare chiarezza. Quella stessa trasparenza che è stata invocata da più parti, per far luce su alcuni contratti che solo una seria inchiesta potrebbe dissipare da ogni ombra.

Il non voler dare seguito ad un’azione del genere, tra l’altro, un dovere verso l’opinione pubblica, non fa che accrescere l’ipotesi che si voglia, in qualche modo, il perpetuarsi di alcuni privilegi a favore dello stesso Ad. Ma andiamo con ordine e ancoriamoci alle circostanze. Solo alle ultime, altrimenti dovremmo punteggiare questo articolo di troppi episodi che, nel tempo, hanno caratterizzato la vita di questa azienda e che per il momento non occorre richiamare.

Raccontare dei fatti e porre delle domande

Prima di procedere si rende necessario fare una precisazione, sempre per evitare facili scudi a qualcuno, specificando che quando si cita l’azienda, lo si fa perché è imprescindibile citare il luogo dove si sarebbero svolti delle vicende. Quindi sarebbe misero e sciocco prendere a pretesto il fatto che, il raccontare delle circostanze e il porre delle domande, possa tradursi nel tentativo di delegittimare il ruolo della Sogin. Sarebbe come sostenere che in un incidente automobilistico, la colpa del sinistro, sia da individuare nella macchina e non in chi era posto alla guida. Sperando di aver chiarito a sufficienza questo aspetto, limitiamoci a focalizzare l’attenzione a quanto potrebbe essere accaduto negli ultimi periodi, pensiamo che sia più che sufficiente.

l’Ad Fontani era stato capo centrale di Caorso

A dicembre del 2019, dicevamo, si insediava il nuovo vertice, l’amministratore delegato Fontani inaugurava la rimozione di un monolite a Rotondella, mentre il presidenteLuigi Perri, partecipava alla rimozione temporanea di diverse tonnellate di rifiuti radioattivi che da Caorso avevano come destinazione la Slovacchia. Dove, una volta trattati, avrebbero fatto poi ritorno in Italia per la modica cifra di 34,5 milioni di euro. Vogliamo fissare con una certa commozione questi momenti, anche perché sarebbero risultati utili a Fontani per rilasciare proclami e interviste. Invero ci siamo meravigliati che l’amministratore delegato non abbia scelto di essere presente all’evento di Caorso, visto che dell’impianto in questione era stato nel passato capo centrale.

Quel rinnovo contrattuale chiesto nei primi giorni dell’insediamento del Cda

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Forse, una spiegazione potrebbe essere fornita da un presupposto, in fondo questi era, in qualche modo, degnamente rappresentato da un suo familiare (agg. e s. m. e f. [dal lat. familiaris, der. di familia «famiglia»] 2. estens. a. In molti casi indica intimità di rapporti con persone, o lunga consuetudine e pratica di cose; quindi: essere f. con qualcuno, essere con lui in relazioni amichevoli e cordiali, come di famiglia; 5. s. m. (raro f.) Persona di famiglia, nel senso più lato di questa parola, etc. – Vocabolario Treccani), lo studio Morandini Associati. Con un contratto che sembrerebbe essere stato riproposto al consiglio d’amministrazione per il suo rinnovo, in tutta fretta, nei primissimi giorni del mandato di Fontani. Se questo fosse accaduto, ci parrebbe giusto, non vorremmo mica affidarci a un estraneo!

Il dubbio se l’Ad avesse reso noto ai componenti del Consiglio il rapporto con lo studio Morandini

Ma si è certi che l’amministratore delegato abbia preventivamente avuto modo di mettere nero su bianco e informare l’ANAC di questa relazione, in ossequio alla dovuta trasparenza gestionale, ottenendo un preventivo consenso scritto? Del resto si sarebbe trattato di un rinnovo, a quanto pare, ad una decina di giorni dalla scadenza, ne avrebbe avuto certamente tutto il tempo. Seguendo tale riflessione, d’altro canto, ne verrebbe da considerarne un’altra, basata sulla circostanza finora tralasciata, che certamente l’Ad si sia premunito di avvisare gli altri consiglieri e il Collegio Sindacale dell’azienda, ai sensi dell’articolo 2391 del codice civile, per fugare ogni possibile dubbio che dietro quella repentina proposta di rinnovo si celasse una sorta di conflitto d’interessi. Chissà, se abbia compiuto questo adempimento?

Il pastrocchio sul Deposito Nazionale che ha allarmato i territori

Perbacco, stiamo divagando, pensare che si voleva solo raccontare la storia di un verbale e alla fine… Ma come spesso accade, in alcuni casi è sempre così, si inizia da un qualsiasi puntino, poi se ne trova un altro, un altro ancora, poi li si unisce e viene fuori sempre qualche disegno di dubbia estetica. Il verbale, dicevamo, immaginate un amministratore delegato, che si ritrova sotto i riflettori, che per giunta riesce, con grande nonchalance, a sollevare anche una bagarre nel rilasciare dichiarazioni sulla CNAPI (Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee è il documento elaborato dalla Sogin che individua le zone dove localizzare in Italia il Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi e il Parco Tecnologico), innescando una mole di polemiche sui territori allarmandoli e quando si ritrova a dover fornire delle spiegazioni su dei contratti/incarichi dati a uno studio, glissa. Beh, un quadro alquanto avvilente.

Il presunto ritardo nel redigere il verbale del Cda

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Quindi niente da meravigliarsi che, in un contesto del genere, possa essersi verificata, perfino, un’ulteriore situazione, dopo il caso sollevato sui contratti con lo studio Morandini Associati e la Javys slovacca. Per esempio, l’eventualità di un ritardo nella compilazione di un banale verbale del Consiglio di amministrazione, avvenuto nella prima decade di questo mese. Se questa casualità fosse riscontrabile, ci sarebbe da rilevare un piccolo particolare, che ci troviamo alla fine di aprile. Una sciocchezza, in pratica, appena 20 giorni per riassumere e concludere, di fatto, le decisioni di un Consiglio. Questo farebbe supporre, inevitabilmente, che vi sia stata una sorta di coda, magari per consentire a qualcuno di redigere o, peggio, forse rinegoziare su quanto potrebbe essere stato detto nello stesso Cda, ma questa è solo un’ipotesi. Già, ma se invece fosse accaduto tutto ciò, perché?

Dove potrebbe celarsi la risposta

La risposta, così a lume di naso, andrebbe ricercata nella tesi che porterebbe dritti al casotto sui contratti dati allo studio Morandini Associati e la Javys in Slovacchia, una questione molto spinosa per l’Ad Fontani che, probabilmente, vorrebbe scongiurare, in tutti i modi, questo calice amaro. Sta di fatto che, almeno fino a questa mattina, non è giunta alcuna notizia che faccia, lontanamente, intuire il contrario e questa la dice lunga. E pur vero che se qualcosa, di serio, dovesse pur muoversi, il dato sarebbe che ci sia voluto troppo tempo e tanto inchiostro per far sì che qualcosa accadesse. E purtroppo, anche, in questo caso la faccenda non sembrerebbe altrettanto chiara.

L’ipotesi che qualcuno potrebbe voler prendere tempo

Tutto ciò potrebbe, quindi, facilmente indurre a una considerazione, che il ritardo di cui sopra, possa essere dovuto alla congettura, se inserire una procedura di verifica su quanto accaduto, o formulare un concetto che la faccia palesare, ma non più di tanto, o ancora, perdere tempo per escluderla in toto. Insomma, temporeggiare sperando che le acque agitate si calmino. Anche perché, una verifica su quanto potrebbe essere accaduto, essendone lo stesso Fontani parte in causa, lo porrebbe nella tragica condizione di essere, in qualche modo, esautorato dal proprio mandato. D’altra parte, come sarebbe possibile effettuare una verifica simile, senza avere il ragionevole dubbio di interferenze dall’alto?

Collegio Sindacale e Magistrato della Corte dei Conti

La normalità porterebbe a pensare, a rigor di logica, almeno tra i comuni mortali, che andrebbe fatta un’immediata verifica, senza sé e senza ma, su quanto potrebbe essere accaduto. E al di là di questo aspetto, sarebbe da chiedersi se il Collegio Sindacale (Lentini, Nava e Nadasi), fosse stato avvertito da Fontani, fin dall’inizio, e se avrebbe ritenuto che tutto questo fosse stato normale, per non dire legale, o semplicemente impugnabile ai sensi dell’articolo 2388 del Codice civile? E il Magistrato delegato dalla Corte dei Conti, Rossana De Corato, ai sensi della Legge 259/1958, se fosse stato anch’esso interpellato, in tempi non sospetti, se non avrebbe avuto nulla da eccepire su tutta questa procedura?

La speranza che il verbale del Cda sia almeno un capolavoro letterario

Naturalmente, va precisato che le domande sono solo parte di un ragionamento, che verterebbe sul fatto che questi organi potrebbero non essere stati posti, da chi di dovere, nella dovuta conoscenza. Quindi fuori discussione, la loro buona fede. Comunque, nel caso, speriamo che il verbale in questione sia un capolavoro letterario, scritto in endecasillabi giambici, dattilici o anapestici (a piacere dell’Ad, per carità). Se stessero così le cose, di una cosa potremmo essere certi, che la qualità letteraria del documento non sia esattamente lo scopo di questa azienda, a meno che non si sia passati, con grande continuità, dall’enigmistica in greco antico del precedente amministratore delegato, Luca Desiata, alle eventuali passioni letterarie di Fontani.

Come si intenderebbe procedere su una verifica quando l’oggetto della stessa vedrebbe coinvolto anche l’amministratore delegato?

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Al di là degli aspetti legali, che comunque dovrebbero preoccupare non poco, andrebbe rilevato un altro elemento, un peccato originale, forse che andrebbe adeguatamente ponderato al momento di una verifica della correttezza delle procedure di un’azienda. Se l’oggetto di tale verifica riguarderebbe anche l’operato dell’amministratore delegato Fontani, come si riterrebbe procedere?

Servirebbe l’intervento del ministero dell’Economia e delle Finanze

Di primo acchito verrebbe da pensare a una inchiesta interna, ma sarebbe da considerarsi troppo di parte e lascerebbe troppi dubbi sulla eventualità di influire del vertice. Come del resto, anche se si prendesse la strada di ingaggiare una società esterna per una verifica ispettiva, rimarrebbe pur quel legittimo sospetto che porterebbe a pensare come possa tale società rimanere obbiettiva, quando l’oggetto del processo di verifica riguardi anche l’operato dell’amministratore delegato dell’azienda da controllare e dalla quale riceverebbe il pagamento. Ecco perché servirebbe una verifica incrociata eseguita, anche, dal ministero dell’Economia e delle Finanze, che essendo l’azionista di riferimento dovrebbe curare gli interessi di tutti quegli italiani che con la loro bolletta elettrica finanziano la Sogin.

Quando si ci mette anche il destino

Tenuto conto, ancora, di un altro fattore nel quale ci si potrebbe imbattere, quello della fortuita condizione, che lo stesso presidente della Sogin, Luigi Perri, solo per contingenze del passato, essendosi occupato per la Demont, all’estero, di una centrale nucleare Enel, anch’essa in Slovacchia, abbia potuto avere conoscenza con lo studio Morandini Associati (SMA Advisory).  Se non altro, in una verifica posta sotto le competenze del presidente, tale condizione potrebbe non fugare ogni ragionevole dubbio di imparzialità agli occhi dell’opinione pubblica. Tra l’altro, un altro avvenimento farebbe sorgere un certo stupore, sostantivo che oramai, sembrerebbe, fare da leitmotiv alla nostra vicenda. Lo stesso Perri, avrebbe partecipato, nel mese di maggio 2020, ad un meetingsul tema del decomissioning nucleare, dove guarda caso sarebbe intervenuto anche Piersante Morandini, dello studio omonimo.

Garantire la trasparenza all’opinione pubblica

Il presidente della Sogin, Luigi Perri, in quell’occasione, avrebbe sostenuto (riportiamo quanto scritto): “I ritardi non riguardavano solo Sogin, visto che anche il Deposito Nazionale delle scorie non era pronto. Tra le cause dei ritardi ha puntato il dito sulla governance instabile di Sogin” (?) “e sulla inadeguatezza del codice degli appalti per i lavori che riguardano il decommissioning”. Bel dilemma, pensiamo che non ci sia molto altro da aggiungere. In un’azienda così complicata, in un problema così grosso, in un contesto così complesso, come si riterrebbe garantire, agli italiani, quella necessaria indipendenza e obbiettività nell’accertamento della verità, da parte dei vertici aziendali, con tali premesse? Anche perché questo non sembrerebbe essere il solo grattacapo sul tavolo, ma ciò fa parte di un altro approfondimento. Una cosa è certa finora, che i ministeri, dell’Economia e Finanze, della Transazione Ecologica e dello Sviluppo Economico, hanno il dovere di intervenire, al più presto.

Pubblicato su: Eurocomunicazione

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Alessandro Cicero è nato in Africa settentrionale, da genitori italiani di origine siciliana, si è trasferito da piccolo nella città di Salerno, oggi vive a Roma.

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