La Rai un feudo che da sempre ha fatto gola ai partiti

ROMA, 13/12/2000 NELLA FOTO Il Cavallo Rai appena restaurato Foto- RAVAGLI/INFOPHOTO

di Alessandro Cicero

La riforma dell’azienda rimane l’obiettivo primario per un vero rilancio

“Rai. Di tutti, di più”. Era lo slogan che anni addietro l’azienda aveva lanciato facendo il verso a un motto precedente: “RaiDi tuttoDi più”. Mai slogan furono così profetici. Soprattutto se si riflette sul fatto che, forse, quel “di più” sarebbe stato poi mal interpretato, dai partiti, come un incoraggiamento a ottenere qualche poltrona “di più”. Nel tempo le cose sembrerebbero non essere mutate in Rai. Le battaglie continuerebbero a esser condotte per la conquista di questo feudo e il desiderio di cavalcarne il territorio. Sul dorso del destriero installato nel giardino della direzione generale, in Viale Mazzini a Roma, sembrerebbe essere rimasto immutato per la politica. La storia dell’azienda televisiva di Stato, infatti, è ricca di memorabili scontri tra partiti per ottenerne una poltrona o comunque uno strapuntino.

I rumors sui nomi

Infatti, sono proprio di questi ultimi giorni i rumors, che continuano a circolare insistentemente, sui nomi per il cambio ai vertici dell’azienda, con una ricaduta anche sui tg e nelle reti, in particolar modo la terza rete sembrerebbe essere il nodo spinoso (tra i più accreditati Francesco GiorginoMario Orfeo e Gennaro San Giuliano, quest’ultimo rappresenterebbe un notevole cambio di passo verso il cambiamento), ma sembrerebbe che queste voci debbano scontrarsi con una precisa volontà, oramai inevitabile, la riforma della Rai. Staremo a vedere. La strategia che sembrerebbe volersi adottare, nelle stanze di Palazzo Chigi, voluta fortemente da Mario Draghi, anche perché a questi spetterebbe l’ultima parola, punterebbe a fare della Rai una Tv diretta da manager stile Bbc, libera da laccioli di partito.

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare

Cosa che striderebbe dato che la nomina dello stesso presidente dell’azienda (attualmente la partita sarebbe tra Paola Severini e Ferruccio De Bortoli, due figure molto interessanti e prestigiose) deve passare per i due terzi della Vigilanza. Come si suol dire, tra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare. Da più tempo sosteniamo la tesi, come altri, a dire il vero, che questo sia uno dei problemi, ma non solo il problema. Occorrerebbe analizzare soprattutto le incognite che la Rai avrebbe in sé. Per citarne uno, per esempio, sono i principali problemi, non ancora risolti, di carattere strutturale che limitano la potenzialità tecnico produttiva dell’azienda. Producendo effetti indesiderati tanto sul conto economico quanto sulla produzione radiotelevisiva.

L’effetto outsourcing

Ricordiamo, ancora una volta, che la Rai dispone di un ampio organico escludendo tra questi i collaboratori artistici e i consulenti di vario genere. Nel corso degli anni, l’azienda è stata sottoposta a un notevole processo di razionalizzazionesvecchiamento ed efficienza della propria forza lavoro. Tuttavia, se si considera l’effetto dirompente delle politiche di outsourcing che hanno limitato moltissimo il perimetro di attività di competenza delle strutture della televisione di Stato, congiuntamente all’incremento di collaboratori esterni, si deduce che il rapporto tra lavoratori e attività gestite è significativamente aumentato.

I criteri strategici errati del passato

In questo ragionamento sarebbe trascurabile l’incremento dell’offerta Rai in quanto gestita da società costituite, quasi sempre, da semplici spin-off di strutture aziendali già operanti in precedenza. Al contrario, la creazione di una costellazione societaria, derivante dai criteri strategici dei primi anni 2000, non ha fatto altro che portare all’aumento delle risorse necessarie a gestire le singole Spa. Si faccia riferimento, ad esempio, ai consigli di amministrazione piuttosto che alle funzioni di staff.

Le logiche aziendali

La principale motivazione dell’incremento complessivo di risorse, in aggiunta alle presunte logiche clientelari che avrebbero informato, da sempre, i processi di reclutamento, risiederebbe nella consapevolezza che alcuni dirigenti Rai (sia essi dedicati a responsabilità editoriali, sia produttive, piuttosto che a funzioni di supporto) nel bene o nel male, avrebbero nel corso degli anni, ritenuto più facile gestire (ottenere risultati) un collaboratore esterno piuttosto che un dipendente a tempo indeterminato. Per far comprendere meglio questo tipo di fenomeno, basti pensare alla differenza abissale che vi è tra un lavoratore al quale deve essere riconfermato un contratto a tempo rispetto ad un altro a tempo indeterminato e la certezza di quest’ultimo dell’inamovibilità.

La difficoltà di mantenere gli indirizzi strategici

Tale concetto avrebbe inevitabilmente portato all’esasperazione di una politica di outsourcing che altro non sarebbe che un ulteriore livello di ricorso a manodopera esterna, per certi aspetti, molto più gestibile delle omologhe risorse interne che, tra l’altro, va precisato, nulla avrebbero da invidiare a quelle esterne. Se tale criticità avrebbero degli effetti sulla parte medio-bassa della forza lavoro, si potrebbero facilmente ipotizzare gli effetti sul management e in particolare sul top management. Dinnanzi a uno scenario, andrebbe sottolineato quanto la fascia altissima di dirigenti possa essere davvero consapevole dell’effetto di un mancato controllo del vertice sulla classe dirigente. E delle conseguenze sulla capacità dell’azienda di poter definire, ma soprattutto di mantenere, i minimi indirizzi strategici.

La governance di alcuni livelli aziendali

Ciò che dovrebbe, da subito, balenare in mente e far riflettere, se tutto questo non faccia presupporre una mancanza di governance in alcuni livelli aziendali. Questa presunta difficoltà potrebbe essere il vero problema che renderebbe all’esterno la Rai, molto spesso, caotica. E potrebbe essere la causa delle principali critiche che le sono rivolte. Lo stesso problema che potrebbe affliggere in parte altre aziende, tanto private che pubbliche, in Rai parrebbe più visibile. Tanto da far presumere che questo elemento coinvolgerebbe tutti i livelli della struttura aziendale. Sarebbe inutile disquisire sulle motivazioni anche storiche che avrebbero portato a questo stato di cose.

La necessità di una politica aziendale premiante

Per dirla fuori dai denti. La spiegazione sulla quale farebbe perno questa sorta di mancata governance sarebbe da ricercare nella cognizione d’impunibilità, a fronte delle proprie prestazioni, che ogni dipendentedirettore od operaio che sia, avrebbe assunto nel corso del tempo. A fronte di tale dato, si farebbe strada una equivalente convinzione che porterebbe a dedurre che, oltre a tutto ciò, vi sia anche una quasi totale assenza di una politica premiante. Che, al contrario, porti a una diseguaglianza tra la prestazione offerta e la retribuzione ricevuta.

La necessità di un organigramma più funzionale

Il permanere di tale questione renderebbe così inefficace qualsiasi tentativo di agire nell’immediato sulla leva organizzativa, ossia di definire un organigramma funzionale, divisionale, centralizzato o di qualunque conformazione ipotizzabile che, in ogni modo, sarebbe reso completamente inefficiente da un’eventuale ostruzionismo di posizioni consolidate all’interno. Tutto questo non farebbe altro che penalizzare, maggiormente, un settore chiave, quello creativo.

Il contenimento dei costi

Nelle reti televisive questo comporterebbe un certo mancato controllo centrale. Che porterebbe a una trasgressione dei tentativi di coordinamento del palinsesto (di responsabilità, per l’appunto, di una direzione che dovrebbe essere super partes alle reti e ai loro interessi peculiari) e dei budget di spesa loro assegnati. La mancanza del contenimento dei costi, unita alla corrispondente impunità dei responsabili porterebbe a un ulteriore effetto, che potremmo definire per taluni versi, perverso.

Di fatto l’esternalizzazione dell’ideazione dei programmi a favore di produttori esterni. Che, ideatori e realizzatori di format per quasi tutte le televisioni europee, garantirebbero risorse competenti e farebbero sì che vi fosse una sorta di paracadute contro eventuali fallimenti dei programmi.

L’indifferenza a certe linee guida del vertice aziendale

Le oscillazioni e i comportamenti sia della governance (derivanti da fattori di stabilità politica) che dei responsabili delle strutture di core business, reti e testate, sembrerebbero essersi sempre contraddistinti per una certa indifferenza verso le linee guida impartite dallo stesso vertice aziendale, considerato quasi come un ostacolo rispetto all’obiettivo del raggiungimento del massimo risultato di share possibile. L’attuale momento dimostrerebbe la difficile situazione economica che si sarebbe rivelata all’orizzonte, con il crash degli introiti derivanti dal canone e dalla pubblicità. Dove quest’ultima potrebbe portare a delle conseguenze pesanti per il buon funzionamento dell’azienda.

Guardare ai risultati invece che alle poltrone

D’altronde non sarebbero neanche da trascurare i dati sul forte calo della pubblicità e della visione di molti programmi. Che farebbero facilmente ipotizzare (speriamo di no) al progressivo impoverimento delle risorse. La conclusione sarebbe sempre la stessa. Da tempo che lo sottolineiamo: occorrerebbe la definizione di strumenti che supportino il vertice aziendale nel recupero del controllo della tecnostruttura. Questo costituisce il primario obiettivo rispetto a qualunque operazione, tanto di modifica organizzativa, quanto d’inserimento di nuove risorse, tanto umane quanto economiche. In parole povere, il vero problema consisterebbe nell’avere una visione imprenditoriale che guardi ai risultati e non alle poltrone.

Pubblicato su: Eurocomunicazione

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Alessandro Cicero è nato in Africa settentrionale, da genitori italiani di origine siciliana, si è trasferito da piccolo nella città di Salerno, oggi vive a Roma.

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